LA SALA CON I SUOI CAPOLAVORI

LA SALA CON I SUOI CAPOLAVORI

 

La sala si presenta immutata nella struttura architettonica, malgrado quel centrale pilastro di cemento posto a sostegno della volta che ne deturpa l’immagine. Completamente affrescato, l’ambiente conserva, del notevole patrimonio artistico, solo alcuni dipinti d’apprezzata epoca aragonese. Di particolare importanza sono quelli dislocati lungo il lato sinistro della navata, subito sopra le nicchie arcuate cieche, in piccoli riquadri del motivo perimetrale, raffiguranti scene dell’Antico e Nuovo Testamento. «Si tratta di opere che paiono vicine alla personalità di Agostino Tesauro più che a quella di ogni altro pittore locale conosciuto». In alto, invece, si possono osservare, lungo tutta la volta, agresti decorazioni lineari che confluiscono al centro nelle armi aragonesi, nello stemma francescano ed in un altro scudo dove sono inferte le cinque piaghe del Signore Crocifisso, già meditate da San Francesco per nutrire l’anima d’amore. Merita particolare attenzione il pavimento quattrocentesco «attribuito al famoso Joan Almursì che venne a lavorare a Napoli per conto di Alfonso I ». Qest’ultimo, già re di Sicilia, fu designato erede del trono di Napoli da Giovannella II d’Angiò e poi sollevato a favore di Renato, figlio del consanguineo Luigi II, scatenando l’ira dell’aragonese. Alfonso, nonostante tutto, si considerò sempre il legittimo destinatario del regno napoletano fino a conquistarlo, segnando, così, il tramonto della dinastia angioina.   Somma cadde aragonese alcuni anni prima di Napoli ed è proprio in questo periodo, forse, che Alfonso d’Aragona dotò la chiesa di un pavimento di “rajoletes pintades”, preziose mattonelle maiolicate a forma di losanga esagonale recante al centro un tozzetto quadrato riportante lo scudo d’Aragona inquartato di Durazzo – d’Angiò, per sottintendere l’unione delle due reali casate. «Anche se si dimostrasse che le armi non sono di Alfonso I, ma di suo Figlio Ferrante I, rimarrebbe pur certo il dato che il pavimento fu posto in epoca aragonese», come la maggior parte degli affreschi. Nella vecchia chiesa, ai piedi dell’abside, nel 1431, fu sepolto il patrizio sommese Paolo Capograsso con la lapide raffigurante la sua immagine a figura intera. La sepoltura del nobile, forse, fu contestuale ai lavori di ristrutturazione promossi da Alfonso d’Aragona o dagli stessi Capograsso che consideravano ed utilizzavano, da quel momento in poi, l’antico luogo di culto come cappella cimiteriale di famiglia, occupandosi dei continui restauri. «Troviamo infatti nel 1591 un Carlo, figlio di Pietrangelo, che dotò la cappella di S. Maria del Pozzo, sotto il titolo di S. Maria della Corona, di dodici ducati annui». Più palese l’interessamento, due secoli più tardi, di Giuseppe Capograsso, come si legge sull’epigrafe posta subito sopra la lastra del proprio antenato. Lungo le pareti della navata della chiesa, divenuta ormai cappella ipogea, trovarono posto anche altri nobili sommesi. Le lapidi del 1700 sono, oggi, tutte collocate lungo le pareti poligonali dell’abside superiore, compresa quella del Capograsso lasciando, sotto, solo poche tracce dell’antica sistemazione, mentre le spoglie, molto probabilmente, riposano nell’ossario comune al centro delle due camerette del pronao, oppure sepolte nei riquadri alla base di queste, insieme ai frati. Tra una nicchia e l’altra, sono ancora evidenti tracce di riquadri verticali riportanti altre immagini e di cui, a destra dell’ingresso del pozzo, si percepisce una Crocifissione a grandezza naturale, oltre a figure mitrate e dettagli di altri affreschi. All’imboccatura della scala che dà al piano superiore, incastonata alla parete, vi è posta una deliziosa acquasantiera circolare, testimone del nuovo ingresso alla chiesa sotterranea. Dopo gli ultimi interventi seicenteschi, più nessuno, almeno non in maniera significativa, si è più occupato della preziosa cappella e l’incuria si è protratta fino ai giorni nostri.