SOMMA ARAGONESE (1435-1517)

SOMMA ARAGONESE (1435-1517)

 

Il dominio aragonese ebbe inizio con Alfonso I, originario dell’Aragona, regione della Spagna settentrionale che con la Catalogna formava un unico stato di cui lui era re. Somma fu occupata dall’aragonese ed affidata a Pietro Pagano nel 1435, sette anni prima di Napoli, ed Alfonso I, detto il Magnanimo, per dimostrare d’essere ancora lui l’erede di Giovannella, e non Renato, inquartò le armi aragonesi con quelle durazze-angioine della regina. Durante l’occupazione sommese, Alfonso si occupò della ristrutturazione della chiesetta di Santa Maria del Pozzo donandole nuovo lustro catalano-arabo ed in particolare la dotò di un prezioso pavimento di “rajoletes pintades”. Insediatosi anche a Napoli, ed innamoratosi della bella nobildonna Lucrezia d’Alagno, lasciò il regno spagnolo nelle mani del fratello Giovanni e della moglie Maria di Castiglia. Nobildonna di famiglia patrizia amalfitana, la bella Lucrezia, fu la giovane preferita da Alfonso il Magnanimo, dal loro primo incontro avvenuto a Torre del Greco nel 1448, in occasione della festa in onore di San Giovanni. Tra i due innamorati vi erano ben trentasei anni di differenza e, per quanto si amassero, Lucrezia si sarebbe concessa solo dopo il matrimonio perché era: « donna aperta agli amori, ma fredda e dominatrice di sé e degli altri, passionale nell’ambizione e non nei capricci del sesso». Il Magnanimo essendo già sposato, aspettò invano di convolare con Lucrezia, poiché Papa Callisto, pur essendo parente degli Alagno, non rese mai nulla la precedente unione con Maria di Castiglia. Ad ogni modo, condivisero ben sedici anni di regno e di “liale amore”, nell’attesa che la malconcia regina passasse a miglior vita, cosa che, sfortunatamente , avvenne solo pochi anni dopo la dipartita di Alfonso. Lucrezia, entrata in possesso di Somma attraverso vari passaggi di mano, per non destare sospetti di favoritismi agli occhi della famiglia reale, alla morte dell’amato re si trasferì prima nel vecchio castello normanno-svevo, sul monte Somma, dove oggi sorge la chiesa, per poi passare a quello nuovo, più a valle, fattosi costruire apposta, proprio a ridosso del borgo medievale, dove fa ancora bella mostra di sé e dove condusse una vita da « regina di fatto e non di nome, vedova di nome e non di fatto». Alla morte di Alfonso, nel 1458, gli successe il figlio Ferrante I, che diede inizio ad uno dei regni più lunghi della storia di Napoli. Rientrato con la forza, in possesso anche di Somma ed allontanata Lucrezia d’Alagno, consegnò la Città al capitano Petrillo Pontano e promosse una campagna di pace e ricostruzione. Re Ferrante fece riparare il complesso di San Domenico, danneggiato dal terremoto del 1456 e diede inizio anche ai lavori, sull’impianto dell’antica rocca del XI secolo, del “Santuario di Santa Maria a Castello”. Vedovo ormai da anni, nel 1477, prese in moglie la cugina Giovanna, passata alla storia come la regina Giovanna I d’Aragona, III di Napoli, figlia del re Giovanni d’Aragona, con sontuose nozze. Il re d’Ungheria, per l’occasione, regalò a Ferrante quattordici cavalli, un servizio d’argento ed «una carretta ben lavorata con sei cavalli bianchi per la Regina». E’ questa, forse, la leggendaria “carrozza d’oro”, che i locali ancora vorrebbero all’interno del budello sotterraneo dell’antico acquedotto augusteo che da Santa Maria del Pozzo, passando per la Starza della Regina, riforniva l’insediamento romano, poco distante. Somma, nel 1481, fu assegnata al giovane Cardinale Giovanni, figlio del re, che disgraziatamente si spense a Roma dopo soli quattro anni dall’assegnazione. Ferrante, dopo pochi anni dalla perdita del figlio, si trasferì a Somma con tutta la famiglia, per riposarsi e curarsi nel palazzo della Starza, ma dove, nel 1494, ormai settantenne, vi lasciò dolorante la figlia, futura Giovanna IV e la moglie Giovanna III che da quel momento in poi iniziò a firmarsi la “Triste Reyna”. A quest’ultima si deve la fondazione del convento di Santa Maria del Pozzo e la concessione di questo ai frati Osservanti, oltre l’istituzione di due importanti ricorrenze. Una, era la solenne festa del martedì in Albis che si svolgeva nel piazzale antistante il convento, con la compravendita di “ogni sorta di robba” e di quanto necessitava al convento. Per l’occasione fu concesso il privilegio del “Mastro Mercato” e la nomina di un supremo giudice, eletto liberamente tra i sommesi, che appianasse liti o controversie civili e penali, per tutti gli otto giorni della festa. L’altra era la “Mazza del Pallio” che consentiva ai nobili «di reggere la maggior parte delle aste del drappo (pallio), sotto il quale veniva portata l’Ostia consacrata nella processione del Corpus Domini». A Ferrante successe il figlio Alfonso II che, per motivi politici, abdicò subito a favore del figlio Ferrantino, amatissimo dai sudditi, passato alla storia come Ferrante II d’Aragona. Per rafforzare il regno, il giovane ed aitante Re, ottenuta la dispensa dal Papa, sposò l’avvenente zia Giovanna IV, sorellastra di suo padre Alfonso e figlia di nonna Giovanna III, matrigna dello stesso, cosi ché quest’ultima, di Ferrantino, oltre che nonna ne divenne anche suocera. I promessi sposi, con la benedizione di tutti, s’incontrarono a Somma, nel palazzo reale della Starza, con viva partecipazione della popolazione sommese e napoletana. Tutto sembrava volgere al meglio, il matrimonio sarebbe stato indimenticabile, ma l’improvvisa malattia del re, diagnosticata come doppia terzana, finì per funestare l’idillio conducendo Ferrantino in breve tempo alla morte, nel 1496. Il re fu portato nella chiesa dell’Annunziata e poi a Castelcapuano dove fece consacrare le nozze sul letto di morte, nominando Giovanna regina e ponendole, con le proprie mani, la corona sul capo, in uno straziante addio. «Nessun sovrano, forse fu mai pianto con tanta sincerità d’affetto e dal popolo e dalla giovane consorte, la quale, imitando l’esempio materno, d’allora in poi si firmò, e forse con maggior ragione, “la Triste Reyna”». Sulla causa della morte di Ferrantino non tutti concordavano: alcuni, dicevano che la febbre gli era stata «cagionata dal disordinato uso del coito», mentre altri, che il re era stato addirittura avvelenato dal cardinale Cesare Borgia, per impossessarsi del regno di Napoli. A Giovanna I d’Aragona, III di Napoli, le successe la figlia Giovanna II d’Aragona, IV di Napoli, anch’essa una “Triste Reyna” come la madre. Madre e figlia, unite anche dallo stesso triste destino di vedove affrante, trovarono, nell’amore dei sudditi e nella devozione a Dio, la forza di andare avanti, nonostante le avversità. La testimonianza tangibile del loro attaccamento a Somma ed alla religione è dimostrato dalla realizzazione del noto complesso di Santa Maria del Pozzo voluto da Giovanna III e portato a termine dall’erede, Giovanna IV. Somma, con quest’ultima regina, cessò di essere dimora reale, perché donata al duca di Ferrantino, mentre il podere della Starza finirà come sussidio alle monache del “Monastero della Concezione dell’Ordine di Santa Chiara”. Da questo momento in poi ha inizio la storia del vicereame.